Accompagnare un adolescente nel percorso di crescita significa spesso trovarsi a dover decifrare un codice emotivo criptico fatto di silenzi assordanti o di reazioni esplosive che sembrano, talvolta, sproporzionate. Di fronte a questo tumulto emotivo i genitori si trovano spesso disorientati: è ribellione? È malessere? È solo una fase?

Questo articolo si propone di andare oltre la superficie dei comportamenti visibili, offrendo 8 spunti di riflessione approfonditi. L’obiettivo è provare a comprendere i vissuti interni che potrebbero celarsi dietro le manifestazioni più faticose dei ragazzi.

1. Oltre l’Apparenza: la trottola emotiva

Spesso ci si trova di fronte a ragazzi che sembrano incapaci di fermarsi: la loro gestualità è accentuata, l’eloquio è un fiume in piena, il corpo è in perenne tensione. Non è infrequente etichettare tutto ciò come iperattività o semplice esuberanza giovanile. Tuttavia, provando a guardare più in profondità, è possibile ipotizzare che questo movimento continuo funga da meccanismo difensivo contro un’angoscia percepita. In questo senso, immaginiamo il movimento incessante di una trottola: essa mantiene il suo equilibrio solo fintanto che gira vorticosamente. Se rallenta, cade. Per alcuni adolescenti, questo movimento incessante potrebbe rappresentare l’unico modo per non “sentire”. Fermarsi significherebbe lasciare spazio a pensieri intrusivi o a sensazioni di tristezza che temono di non saper gestire. Un agito, dunque, che funge da ansiolitico naturale: muoversi fuori per non guardare dentro.

2. Il Paradosso del Sorriso

Una delle esperienze più spiazzanti per un adulto è ascoltare un ragazzo che descrive vissuti di profonda solitudine, vuoto o fallimento, mantenendo  un sorriso stampato sul volto o una mimica quasi teatrale. Questa incongruenza non indica necessariamente insensibilità o falsità. Al contrario, potrebbe suggerire una profonda fragilità. Il sorriso potrebbe agire come una “cintura di sicurezza”che tenga insieme i pezzi di un Sé fragile che teme di frammentarsi se lasciasse libero sfogo al pianto o alla disperazione. Una maschera protettiva indossata per minimizzare l’impatto del dolore, per non esserne sopraffatti o per il timore di risultare un peso agli occhi dell’interlocutore. Un modo per dire all’altro: “Ti sto mostrando il mio dolore, ma lo faccio sorridendo per proteggere me stesso dal crollo e per proteggere te dal peso della mia sofferenza”.

3. L’Ipotesi del Vuoto come Presenza Intrusiva

Molti ragazzi descrivono i momenti di spegnimento non tanto come tristezza, quanto come un “vuoto” improvviso. Alcuni ragazzi descrivono questo stato come potenti aspirapolveri in grado di risucchiare via ogni emozione positiva. In quest’ottica, il vuoto non è un’assenza passiva, ma una presenza intrusiva e dolorosa, una sorta di “emorragia interna” dell’emotività. Riconoscere questa loro percezione soggettiva come un evento fisico e spaventoso è fondamentale per aiutare l’adolescente a sentirsi validato in un dolore o una paura che spesso non sa nominare.

4. La Noia come possibile Campanello d’Allarme

Strettamente collegata al vuoto è la noia. In adolescenza, la noia rischia di non essere quel sano momento di riposo creativo che auspichiamo, ma il segnale che la “trottola” sta rallentando troppo. Di fronte al terrore della stasi, la ricerca continua di stimoli nuovi – che sia attraverso lo sport estremo, i social media compulsivi o comportamenti a rischio – potrebbe essere interpretata come un tentativo di auto-regolazione: il ragazzo cerca sensazioni esterne forti non per il piacere in sé, ma per sentirsi vivo e per coprire quel silenzio interiore che potrebbe apparire intollerabile. La noia, quindi, diventa un nemico da combattere a ogni costo.

5. Il Peso Soggettivo delle Scelte Obbligate

In una società performativa che riempie le agende dei ragazzi, scuola, sport agonistico, musica, corsi di lingua, anche quando nascono da una scelta iniziale del ragazzo, rischiano di trasformarsi con il tempo in una gabbia di doveri. L’adolescente potrebbe percepire queste attività non più come passioni, ma come “scelte obbligate” per mantenere uno standard, per non deludere le aspettative o per riempire il tempo. Questo overload funzionale, lungi dal calmarli, potrebbe alimentare l’agitazione interna, impedendo quel riposo mentale necessario per entrare in contatto con i propri bisogni autentici. Il “fare” continuo sostituisce l'”essere”, impedendo loro di capire cosa desiderano davvero, al di là di ciò che devono fare per essere accettati.

6. La Confusione di Fronte all’Imposizione

Quando l’adulto interviene in modo direttivo o impositivo, la reazione dell’adolescente fragile potrebbe non limitarsi alla rabbia, ma sfociare in una profonda confusione. Perché? Perché un adolescente insicuro, che fatica a definire i propri confini, se viene etero-diretto potrebbe sentire annullata la propria identità. In questo senso, l’ordine esterno rischia di esser vissuto non come una guida, ma come un’invasione che disorganizza il pensiero. Se non decidono loro o non percepiscono di avere il controllo sulla scelta, possano sentirsi disorientati, come se il loro Sé svanisse di fronte alla volontà altrui. La confusione, dunque, sarebbe il sintomo di un disorientamento identitario: “Se decidi tu per me, io chi sono?”.

7. L’Alleanza come Possibile Strumento di Regolazione

Alla luce di quanto detto, spostarsi da un linguaggio impositivo a uno collaborativo potrebbe rivelarsi la chiave di volta in situazioni a forte impatto emotivo. Passare dal controllo (“Devi fare”) alla proposta (“Cosa ne pensi?”) restituendo all’adolescente un piccolo spazio decisionale, potrebbe aiutarlo a percepire un senso di efficacia personale. Sentire che la propria opinione ha un peso, riduce la confusione e l’ansia di essere controllati, trasformando l’interazione con l’adulto in un’alleanza rassicurante piuttosto che in una sfida.

8. L’Adulto come Contenitore Emotivo

Più che offrire soluzioni immediate, risolvere i loro problemi o spegnere la loro agitazione, la cosa più preziosa che l’adulto possa fare è esserci. Fare da contenitore per quelle emozioni talvolta burrascose. Rimanere solidi e calmi, permettendo loro di oscillare tra l’essere una trottola e il sentirsi vuoti, trasmettendo un messaggio implicito fondamentale: “Vedo che sei in tempesta, ma io sono qui, sono fermo e ti aspetto. Non mi spavento del tuo vuoto e non giudico la tua agitazione”. Una presenza non giudicante che, nel tempo, favorisce la capacità del ragazzo di tollerare le proprie emozioni e a fermarsi senza paura.

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